Cosa significa Human-In-The-Loop (HITL)?

Human-in-the-loop (HITL) indica un processo basato sull’intelligenza artificiale in cui una persona ha un ruolo attivo: controlla il risultato, lo valuta e prende la decisione finale. Letteralmente significa “essere umano nel ciclo”, nel suo significato concreto possiamo tradurlo come “intervento umano nel processo”.

In un processo human-in-the-loop l’IA svolge una parte del lavoro, ma il risultato non viene accettato né utilizzato in automatico: prima passa dal controllo di una persona, che può modificarlo, rifiutarlo o chiedere all’IA di produrne uno nuovo.

Un esempio è la preparazione di un articolo con l’IA generativa: il sistema può aiutare a raccogliere informazioni o a scrivere una prima bozza; una persona verifica le fonti, corregge gli errori e decide cosa pubblicare. In questo caso l’intervento umano non consiste semplicemente nell’aver scritto il prompt, ma nel controllare il risultato prima di utilizzarlo.

Nel percorso di formazione sull’IA di Axura abbiamo tradotto il principio dello human-in-the-loop in una sequenza di quattro passaggi, ovvero genera, verifica, correggi, assumi:

  • l’IA produce bozze, sintesi e analisi;
  • fatti, numeri, nomi e fonti vengono verificati e ciò che non può essere verificato viene eliminato;
  • alla fine, la persona che utilizza l’output se ne assume la responsabilità.

Perché serve una persona nei processi con l’IA?

I sistemi di IA possono essere molto efficaci, ma possono anche sbagliare, interpretare male il contesto o produrre un risultato poco adatto alla situazione: il rischio più conosciuto è quello delle cosiddette “allucinazioni”.

Il NIST, l’ente statunitense per gli standard e la tecnologia, le chiama “confabulazioni” e le include tra i dodici rischi che l’IA generativa introduce o rende più gravi nel suo profilo dedicato all’IA generativa (NIST AI 600-1, luglio 2024); le confabulazioni sono contenuti errati o falsi presentati con sicurezza: proprio per questo può essere difficile riconoscerle a prima vista.

Anche chi usa l’IA al lavoro sembra riconoscere l’importanza del controllo umano: il Work Trend Index 2026 di Microsoft, pubblicato a maggio 2026, si basa su un’indagine condotta su 20.000 lavoratori che utilizzano l’IA in dieci Paesi, Italia compresa. L’86% degli intervistati considera l’output dell’IA un punto di partenza e non una risposta definitiva.

Nella stessa indagine, le due competenze umane indicate come più importanti man mano che l’IA svolge più compiti sono il controllo della qualità dell’output dell’IA (50%) e il pensiero critico (46%) (in Italia le percentuali sono più basse: rispettivamente 39% e 36%).

Più sono gravi le conseguenze di un possibile errore dell’IA, più diventa importante decidere dove e come inserire il controllo umano. Può servire, per esempio, a:

  • verificare un risultato prodotto dall’IA prima di utilizzarlo;
  • correggere errori o informazioni non supportate dalle fonti;
  • valutare il contesto, quando non basta applicare automaticamente una regola;
  • intervenire su una decisione, modificandola o fermandola quando necessario.

Non ogni utilizzo dell’IA richiede tutti questi controlli; il tipo di intervento umano dipende da ciò che si sta facendo e dalle conseguenze che può avere un errore: una bozza di post da rivedere internamente non richiede la stessa attenzione di una risposta a un cliente o di una decisione che riguarda una persona.

Human-in-the-loop non significa solo “controllare alla fine”

Il controllo umano può entrare nel processo in momenti diversi: una persona può scegliere i dati o le istruzioni da fornire al sistema, valutare un risultato prima che venga utilizzato oppure intervenire quando l’IA segnala un caso dubbio.

Human-in-the-loop non significa quindi mettere semplicemente una persona alla fine di un processo automatico: se chi controlla non ha le informazioni, le competenze o la possibilità concreta di cambiare il risultato, la sua presenza rischia di essere soltanto formale.

Esiste anche il rischio opposto: fidarsi troppo del risultato prodotto dal sistema. L’AI Act parla a questo proposito di “distorsione dell’automazione” e chiede che chi sorveglia un sistema ad alto rischio sia consapevole di questa tendenza.

Human-in-the-loop e sorveglianza umana nell’AI Act sono la stessa cosa?

No. Human-in-the-loop è un modo di organizzare un processo: la sorveglianza umana prevista dall’articolo 14 dell’AI Act è invece un requisito per i sistemi di IA ad alto rischio, che devono poter essere controllati in modo efficace da persone durante il loro utilizzo.

L’AI Act non stabilisce un unico modo per garantire questa sorveglianza: un processo human-in-the-loop è una delle soluzioni possibili.

Dopo il Digital Omnibus, gli obblighi relativi ai sistemi ad alto rischio, compresa la sorveglianza umana prevista dall’articolo 14, si applicano dal 2 dicembre 2027 per i sistemi elencati nell’Allegato III e dal 2 agosto 2028 per quelli integrati nei prodotti regolamentati (per le date e le altre novità del Digital Omnibus, leggi il nostro articolo sulla formazione sull’IA prevista dall’articolo 4 dell’AI Act).

Anche quando l’AI Act non lo richiede, mantenere una persona nel processo resta una buona pratica, soprattutto quando l’IA viene utilizzata per comunicare, analizzare informazioni o supportare decisioni.

Il nostro decalogo dell’intelligenza artificiale in azienda riprende questo principio in tre regole:

  • ogni output rilevante passa da una persona (regola 2);
  • chi firma è una persona, non uno strumento (regola 3);
  • nessuna decisione sulle persone va presa senza un controllo umano (regola 7).

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